Silvia Giacomini
Silvia Giacomini, classe 1976, è attrice di teatro e scrittrice.
Dopo aver lavorato come per alcuni anni come attrice nella compagnia diretta da Delia Cajelli, per spettacoli come Amleto, Se questo è un uomo, S.Francesco D’Assisi, e successivamente con altri registi, come Corrado Accordino per Astratta Commedia e Virgilio Patarini per Antigone e Cassandra, ha avviato l’attività della propria compagnia: “I desideranti”, nome che etimologicamente rinvia alla tensione dell’uomo verso le stelle e l’infinito.
Tra il 2001 e il 2004 ha scritto i testi, e partecipato alla rappresentazione, di spettacoli di argomento astronomico andati in scena per il Gruppo Astronomico Tradatese e presso il Civico Planetario di Milano. Ha curato la drammaturgia dello spettacolo “La visione e l’enigma” tratto da testi di Nietzsche, al quale ha partecipato anche come attrice. Nel 2008 ha realizzato uno spettacolo sulla mitologia degli alberi, rappresentato per il F.A.I. a Villa Necchi e poi replicato presso diversi spazi teatrali della regione tra cui il castello di Padernello (Bs) e il Parco Nord Milano. Da un suo racconto (pubblicato nella raccolta Pozzanghere e bagliori, edita da Progetto Cultura) ha tratto il monologo, “La vestale”, che ha debuttato nel 2009 a Milano. Recentemente ha realizzato uno spettacolo sul legame tra il sacro e la follia, dalla mistica occidentale alla realtà contemporanea, andato in scena presso Isolacasateatro e il Castello di Padernello.
Da un anno collabora con l’associazione culturale Accademia dei Poeti Erranti, per la quale ha realizzato una lettura scenica intitolata “L’altro volto del tempo” per il ciclo di incontri dedicato al tema del tra scienza e letteratura.
Dopo aver frequentato la scuola di formazione in Drammaterapia di Lecco, ha collaborato alla conduzione di laboratori di teatro, tra cui uno sulla Divina Commedia presso il Centro Asteria di Milano.
Nel 2004 ha iniziato a frequentare corsi di disegno e di incisione presso la scuola serale degli Artefici dell’Accademia di Brera e nel 2007 ha tenuto una mostra personale di incisioni presso uno degli atelier dell’Alzaia Naviglio Grande. In seguito ha partecipato a tre mostre collettive, sempre a Milano, alla Galleria Zamenhof e allo spazio Contr’aria. Nel 2010 ha esposto le proprie opere alla Cascina dell’Arte e al Colombo Caffè di Busto Arsizio.
Da un anno studia canto presso l’Accademia musicale Rossini, proseguendo e ampliando la ricerca nell’ambito dell’espressività vocale.
Per informazioni e contatti: http://www.facebook.com/silviagiacominiartista
Galleria fotografica
Di seguito sono pubblicate alcune opere dell'artista (fai clic sulle immagini per ingrandirle):
Elenco delle opere (da sinistra a destra e dall'alto in basso):
Ancora qui - Acquaforte
Artevita - Puntasecca
Espansione - Puntasecca acquerello
Il lottatore - Puntasecca
Il violinista del silenzio - Puntasecca
La sirena discorde - Acquaforte acquerello
Lo schianto dell'acqua pulstante contro la roccia morta - Puntasecca
Ofelia - Puntasecca
Trascinami con te - Puntasecca
Sull'incisione
L’arte dell’incisione ha qualcosa di ancestrale.
Nell’arte rupestre le figure umane ed animali, che avevano un valore sacrale, venivano incise nella roccia di una caverna; nella moderna arte incisoria le immagini, che spesso sorgono da quegli anfratti dell’inconscio che custodiscono i ruderi dei templi e le ossa degli dei, vengono incise nel metallo, che dalla roccia viene estratto.
Tradizionalmente il metallo è materia alchemica, e l’alchimia rimanda a quei processi di trasformazione interiore presieduti dagli archetipi, fattori inconsci e universali che sono il prodotto di una spontanea attività simbolica della psiche e hanno radice nel sacro.
Inoltre, similmente agli archetipi, o alle idee platoniche, le figure incise, con tecnica diretta o indiretta, su lastra di zinco o di rame, sono delle matrici.
Dalla matrice vengono tratte un certo numero di stampe tramite un procedimento tipografico che in genere si compone di tre fasi: inchiostratura della lastra incisa, pulitura della lastra dall’inchiostro in eccesso, utilizzo del torchio per pressare sulla lastra il foglio ammorbidito dall’acqua. C’è anche una quarta fase, in accordo alla quaternità come simbolo della totalità psichica, che non rientra nella sequenza, ma ne è l’antecedente indispensabile. E’ quella che si potrebbe dire la fase dell’ammollo: la carta da stampa viene messa a bagno in un’apposita vasca e deve restare nell’acqua per almeno mezz’ora prima di essere adatta a ricevere l’inchiostro.
Le matrici di metallo, quasi fossero davvero idee platoniche residenti in un empireo inaccessibile, non vengono mai esposte al pubblico: sono le stampe che da esse si ricavano il prodotto artistico da far circolare nel mondo. Tra il disegno impresso sulla lastra e quello che rimane sul foglio si nota però una differenza essenziale: il disegno è capovolto come in uno specchio. Quasi ci fosse una frattura irriducibile tra il regno inconscio degli archetipi e quello delle loro incarnazioni simboliche.
Le stampe tratte da una stessa lastra, inoltre, non sono mai perfettamente uguali l’una all’altra. Per l’artista che non voglia demandare ad altri il procedimento di stampa, l’esecuzione dell’opera non si chiude con l’incisione dell’immagine sulla lastra: eseguendo un più o meno scrupoloso lavoro di inchiostratura e pulitura della lastra l’artista decide l’intensità del nero, la limpidezza dei bianchi, la forza o la leggerezza dei tratti, l’importanza degli sfondi o la loro evanescenza. E’ da notare che non sempre l’alacrità e il rigore sono garanzia dei risultati migliori. A volte è necessaria un po’ di pigrizia, una certa noncuranza, per permettere al caso di insinuarsi nel processo, e, in natura come nell’arte, l’azione del caso, seppur il più delle volte distruttiva, è la sola autentica foriera di novità, e dunque di quella bellezza imprevista che suscita meraviglia. La nostra intenzionalità cosciente è viziata da certi paramenti, è formata in un determinato modo da regole apprese e abitudini consolidate, e solo quando si smaglia o si amplia per accogliere moti causali o vibrazioni inconsce diventa da volontà esecutrice coscienza creativa.
Angeli inquieti che con ogni nervo e muscolo celeste, o con un canto disperato, si protendono verso il cielo perduto; angeli che si strappano le ali per desiderare l’impossibile, marionette che muovono riproduzioni di stesse all’infinito, musicisti che gettano via gli strumenti per cercare una musica al di là del tempo, danzatori in punta di piedi sulla punta di una lama; uomini e donne che ripiegandosi su se stessi adunano fantasmi, marinai che si lasciano andare alla deriva in foreste misteriose, semidee che siedono sulla soglia tra verità e menzogna prendendo a calci maschere stantie; sirene che conoscono il destino dell’universo e vi alludono con semplici ed enigmatici gesti.
Queste sono alcune delle figure più recenti. Anch’esse incarnazioni di aspetti della condizione umana, e insieme manifestazioni di un’attività inconscia personale e universale, tappe di un percorso di individuazione che non può mai concludersi.
Perché dramma dell’uomo, la cui essenza è tensione verso l’infinito, è quello di non poter mai compiere se stesso.
Graffiare, ferire la materia, è un gesto di ribellione al tempo, è un grido che invoca quell’immortalità che tutto ciò di cui si scopre l’inestricabile pienezza reclama. La realtà era piena d’anima in ogni sua parte, per l’antico homo religiosus da cui probabilmente l’artista discende, piena di un respiro immenso e sottile che esigeva di essere salvato. Si dice che i primi disegni dell’umanità avessero un valore propiziatorio, che fossero nati per fini cultuali o nel magico intento di appropriarsi di certe qualità animali percepite come divine. Ma chissà che incidere sulla parete di una caverna la figura di un animale non fosse semplicemente volerne cogliere, e salvare, l’essenza misteriosa - il soffio numinoso.
Silvia Giacomini







