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Hábermann, ultima testimone del silenzio

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"Delia Cajelli e il teatro Sociale, col sostegno del Comune di Busto Arsizio, hanno voluto dedicare la Giornata della memoria al ricordo di mio padre, il dottor Aladár Hábermann - detto Aldo - che per quarant’anni esercitò con dedizione la sua professione in questa città dove arrivò nel 1933, esule dall’Ungheria, fuggitivo dalla Germania di Hitler. Nel titolo compaiono parole che mi riguardano: infatti sono l’ultima discendente della famiglia Hábermann, unica possibile voce narrante di una storia che, senza le mie ricerche e la mia testimonianza, sarebbe rimasta sepolta nel silenzio che l’ha sempre circondata. Una storia che forse molti a Busto conoscevano, ma che tennero segreta per rispetto di un dolore. Una storia che mi è caduta addosso come un macigno, inattesa e travolgente, dopo la scomparsa dei miei genitori. Era il 1985 quando nel doppiofondo segreto della cassaforte di casa ritrovai alcuni documenti che sollevavano il velo sul passato della mia famiglia. Per me, figlia unica, nata da una coppia cattolica, fu uno shock scoprire quante cose ignorassi su mio padre. Non riuscivo a capacitarmene. Mi pareva impossibile essere stata tenuta all’oscuro di tutto ciò che - più che comprendere - intuivo da certi foglietti scritti in ungherese, lingua che non avevo mai imparato. Brevi missive con lo stemma della Croce Rossa indirizzate a papà, firmate da sua sorella, zia Inci: «Budapest, 1945 october 11. Édes Ali, deportálásból csak én érkeztem. Tamás, Apa, Anya 1944 maj 15-én deportálva. Eddig nem jöttek haza. Ernö bevonult eltünt. Irjál. Csókol. Inci». L’aver scoperto dall’incartamento del Ministero della Razza che mio padre era sulla lista delle persone da espellere dall’Italia per le  sue origini ebraiche -fino a quel momento a me ignote- faceva sì che le parole «deportálásból, deportálva» assumessero un significato sinistro.

Tradussi a fatica: «Budapest, 11 ottobre 1945. Mio caro Ali, dalla deportazione sono tornata solo io. Tamás, papà, mamma, sono stati deportati il 15 maggio 1944. Finora non sono tornati a casa. Ernö, richiamato sotto le armi, è scomparso. Scrivimi. Ti bacio. Inci». 

Fu così che si spalancò davanti ai miei occhi il sipario su un dramma di cui non avevo avuto sentore, né fra le mura di casa, né fuori di esse. Ero costernata, incredula. Mi scontravo con una drammatica realtà che non avrei mai immaginato potesse essere così vicina a me...

Iniziai a pormi domande a cui nessuno poteva rispondere, tranne zia Inci che viveva oltre la cortina di ferro e che, fino ad allora, avevo incontrato solo due volte.

Nel 1986 andai in Ungheria a trovarla. Speravo che potesse illuminarmi su vicende di cui, prima di scoprire le carte, non sapevo nulla: né che mio padre fosse ebreo e che per questo fosse stato perseguitato anche in Italia, né che avesse avuto un’altra moglie prima di  sposare mia madre, né che da questo primo matrimonio fosse nato un figlio, Tamás, il fratello che non ho mai conosciuto, anche lui vissuto a Busto per qualche anno... Volevo sapere da lei quale fosse stata la sua sorte e quella dei nonni, ma ero impreparata al suo terribile racconto. La tragica logica delle persecuzioni razziali aveva travolto tutti in Ungheria, tranne la zia, unica sopravvissuta allo sterminio della famiglia. Purtroppo neppure lei seppe dirmi quale fosse stato il destino di Tamás, scomparso dal ghetto di Baja a quattordici anni, senza lasciare alcuna traccia di sé.

Non sopportavo il pensiero di tanto dolore, di tante vite distrutte, così vicine a me e così lontane, perse per sempre. Una volta tornata a casa rinunciai a ogni ulteriore ricerca. Ma la mia discesa negli inferi era solo rimandata.

Trascorsero altri quindici anni prima che mi decidessi ad affrontare il mistero del silenzio con cui i miei genitori avevano tentato – invano - di proteggermi...

Un venerdì sera fui invitata a uno Shabbat, ospite di amici in Toscana.

Da laica qual sono, osservavo in silenzio gli uomini raccolti in preghiera. Fui scossa da un brivido ascoltando il cantore, un anziano polacco che salmodiava in yiddish. Quella voce proveniva da un mondo di atmosfere familiari. La tavola imbandita, le candele accese. Un rito antico, che richiamava altri riti... Il pane spezzato. Il sale. Il primo calice di vino. Mi rividi bambina sulla soglia del tinello, poco prima di cena. Non vista, osservavo mio padre in piedi accanto al tavolo che spezzava e salava il pane, spiegando alla mamma che nonno Andor lo benediceva nello stesso modo davanti a nonna Malvina.

Solo allora mi accorsi di aver sottovalutato le dissonanze che avevano punteggiato la mia infanzia. La mancata percezione del dolore, che con la mia sensibilità avrei forse potuto intuire, mi spinse a cercare le tracce dei miei nonni e di Tamás negli archivi di tutto il mondo... E oggi -per ricordarli- ho scritto due libri: «Tamás könyve» dedicato a mio fratello, pubblicato in Ungheria da Kieselbach, e «Il labirinto di carta», pubblicato da Proedi, dove i nonni e Tamás e la zia tornano a vivere attraverso le lettere recuperate in un vecchio baule, unica testimonianza delle loro esistenze."

Anna Maria Hábermann*


Galleria fotografica

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Didascalie

1. La famiglia ungherese del dottor Aladár Hábermann, nel 1937. Da sinistra a destra: la prima moglie Rózsi Klein [?] (Budapest, 1904-?), la sorella Irén detta Inci (Csátalja, 1906-Budapest, 1993), la madre Malvina (Pivnica, 1880- Auschwitz, 1944), il padre Andor (Jánoshalma, 1865-Auschwitz, 1944) e il figlio Tamás (Baja, 1929–Auschwitz ?, 1944). © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann

2. Il piccolo Tamás con il padre Aladár Hábermann in Germania, ad Aalen. 1932 circa. © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

3. Il piccolo Tamás Hábermann sul terrazzo della casa di piazza San Giovanni, a Busto Arsizio. 1934. © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

4. Tamás Hábermann  a 13 anni, mentre studia sul divano della casa di Baja, dove viveva con la nonna materna Jolán. 15 gennaio 1943. © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

5. Tamás Hábermann a 14 anni e 3 mesi. Ultima immagine prima della deportazione. 1° febbraio 1944. © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

6. Anna Maria Hábermann a 4 mesi, con il padre Aladár e la madre Rosa De Molli. Luglio 1943. © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

7. Anna Maria Hábermann a 20 anni, con il padre Aladár. 1963 © Archivio Dr. Anna Maria Hábermann 

8. Anna Maria Hábermann al teatro Sociale di Busto Arsizio. Ottobre 2009. Foto: Silvia Consolmagno

*Anna Maria Hábermann è nata in Italia da padre ungherese e da madre italiana. Dopo gli studi classici si è diplomata in pianoforte, ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia, specializzandosi in ortopedia e traumatologia. Collateralmente alla professione di medico, ha tenuto corsi di fisiopatologia per musicisti all’Accademia pianistica di Imola, sviluppando brevetti ergonomici applicati alla musica. Da un decennio si dedica a ricerche storiche sull’Ungheria del XX secolo. Nel 2001 con «L’ultima lettera per Tibor» (La Giuntina, Firenze) ha vinto il primo premio assoluto al III concorso «Mario Tobino». Nel 2009 ha pubblicato «Tamás könyve» (Kieselbach, Budapest), libro documentario dedicato al fratello. In questi giorni, con il patrocinio dell’assessorato alla Cultura del Comune di Busto Arsizio e dell’associazione Italia Israele Varese-Alto Milanese, ha pubblicato «Il labirinto di carta» (Proedi Editore, Milano).

[Tratto da: Anna Maria Hábermann, «Hábermann, ultima testimone del silenzio» in «Il palcoscenico», Busto Arsizio (Varese), edizioni associazione culturale «Educarte», anno III - n. 1 (gennaio-febbraio 2010), pp.4-7]

Commenti (14)add
ing
Scritto da Ettore Mattera , 05 febbraio 2010
Cara dottoressa, Lei è una donna straordinaria. Il Suo scritto è commovente. Non desista dal pubblicizzare gli orrori del nazi-fascismo specie per chi non ha vissuto quel nefasto periodo. La memoria è la vita dei popoli e che tutti ricordino ciò che avvenne negli anni bui del XX mo secolo.
Brava!
Scritto da Damir Janigro , 06 febbraio 2010
Carissima Drssa,
Lei e' un genio rinascimentale, potrebbe parlare di qualunque soggetto, suonare qualunque strumento, professare qualunque professione ma farebbe lo stesso! Ora, se ha ancora energie, si occupi anche dei nostri figli, nati 50 e piu' anni dopo gl orrendi fatti narrati da lei, in un mondo non molto migliore, con violenza, morte e malattie, con nuovi carnefici e nuove vittime. Il mondo ha bisogno di memorie ma anche di soluzioni, la memoria non ci e' bastata mai.
ringrazio e rispondo a Damir
Scritto da anna maria habermann , 06 febbraio 2010
Caro Damir, a parte le tue scherzose iperboli riferite alla sottoscritta, trovo la tua lettera molto amara.
E'vero, la memoria non basta: è solo un labile sostegno, o se preferisci, una leva su cui appoggiarci per osservare con più chiarezza l'orizzonte presente e cercare di prevenire così un più fosco futuro per i nostri figli, proprio come le sentinelle sulle torri costiere -assolutamente inadatte alla difesa - scrutavano il mare per avvistare i pirati e avvisare le popolazioni inermi del pericolo incombente.
Quanto alle soluzioni dei mali del mondo: noi tutti sappiamo che la buona volontà non basta - ahimé - a frenare la sete di potere e di predominio di coloro che mantengono acceso il fuoco dell'odio, basato sull'ignoranza e sulla povertà di tante genti.
Per contrastarli abbiamo solo l'arma della conoscenza.
...
Scritto da Diana Goldschmied , 06 febbraio 2010
Anna Maria, sono stupefatta ed ammirata di fronte alla tenacia, determinazione e delicatezza con cui hai ridonato la vita ai tuoi cari perduti. Li hai resi così reali e affettuosamente presenti che mi pare di sentire Tamàs e zia Inci come se fossero anche mio fratello e mia zia. Loro ormai sono entrati nello stuolo delle mie personali anime vaganti di morti ad Auschwitz e volteggiano intorno a me giorno dopo giorno tutti insieme. Per quanto mi riguarda, la comune patria ungherese alle spalle un certo peso lo ha avuto di certo, ma tu hai saputo fare della tua famiglia perduta la famiglia di tutti noi. Vai serena verso le emozioni che ti aspettano a Budapest.
Ti abbraccio con affetto
diana
Lettera amara
Scritto da Damir Janigro , 07 febbraio 2010
Anna Maria: La lettera era infatti amara come cio' che ogni giorno leggo, vedo, anche immagino. C'e' nel Passato, del quale tu esalti i negativi, la vita che mi manca. Leggo, ascolto il passato con una serenita' (non gioia!) che il presente non mi da'. Ogni tanto mi dico: come fa un paese (vivo negli USA, come sai) ad essere cosi malvagio se ha dato i natali a Faulkner? Ma poi leggo Faulkner e trovo pace, e' gia' successo tutto, ci si puo' anche ridere sopra. Stesso discorso per Shostakovich, o come diavolo si scrive, ascolto in questo momento un sinfonia scritta durante l'assedio di Leningrado e penso che almeno allora alla fine hanno vinto i buoni...
Oggi, nel nostro modnod occidentale, non si vince nemmeno piu', si pareggia di malavoglia sotto una pioggia torrenziale col pubblico assolutamente disinteressato.
Damir ... a proposito di Passato con la maiuscola
Scritto da anna maria habermann , 08 febbraio 2010
"la vita che ti manca" non è la Storia del Passato: è la Cultura, il Pensiero,la Musica, la Filosofia ... anch'io amo il medesimo Passato che tu leggi e ascolti...
Non dar per scontato che nel mio libro io "esalti i lati negativi" del Passato - se non IMPLICITAMENTE - Infatti, se lo leggerai, scoprirai che il mio è un percorso di ricerca - anche storica - per ricostruire ciò che avvenne alle persone che furono care a mio padre, e oggi lo sono a me che mai li conobbi. La condanna implicita di un certo passato (politico e folle nelle sue direttive di annientamento) sorge spontanea quando leggi i loro scritti e scopri il loro lascito morale: è facile amarli e apprezzarli - così come avrei voluto poter fare io, così come avrebbero meritato -... invece furono uccisi: non per quel che fecero, ma solo per essere nati sotto la stella di Davide...
"La vita che manca" alla mia generazione
Scritto da Giulia Raimondi , 08 febbraio 2010
Appartengo a una generazione, quella dei ventenni, che spesso viene dipinta dai mass media e dagli esperti come "senza valori": forse è vero, però mi sento di appartenere anche a quella parte dei miei coetanei che sente i brividi sulla schiena e il cuore che batte forte quando ha la fortuna di leggere storie come quella riportata dalla signora Habermann. I programmi di storia nelle scuole superiori assumono spesso i contorni di un nozionismo precotto da somministrare in fretta, ma chi ha la curiosità di approfondire, spinto da impulsi pressanti, può trovare altrove un altro tipo di Storia, più vera ed emozionante, perchè fatta di persone anziché di dati e date. Grazie Sig.ra Habermann...
grazie a te, Giulia,
Scritto da anna maria habermann , 08 febbraio 2010
grazie per quanto hai scritto e sentito nel cuore leggendo l'articolo qui riportato - o forse leggendo "il labirinto di carta"-
Categorizzare "i giovani", così come categorizzare qualsiasi "gruppo apparentemente omogeneo" - in quanto appartenente a una determinata etnia o religione - è un errore fondamentale: presupposto di preconcetti e pregiudizi che possono sfociare in gravi incomprensioni, se non in delitti contro l'umanità...
Per fortuna la tua generazione è più ricca di potenzialità della mia, in quanto dispone di maggiori mezzi per conoscere e per sapere, sempre che - come tu dici - voglia approfondire la Storia spinto da impulsi pressanti...
Brava
Scritto da Daniel , 08 febbraio 2010
Brava, Anna Maria!

Affettuosamente, Daniel il pigro.
mi rincresce perdere le abitudini piacevoli
Scritto da anna maria habermann , 10 febbraio 2010
ormai mi ero quasi assuefatta a uno scambio di idee su questo forum così stimolante... mi sento un po' "abbandonata" dopo tanti giorni di emozioni per me così intense, legate al libro, al teatro e alle reazioni suscitate da questi due eventi, per me altamente significativi.
ringrazio tutti coloro che hanno partecipato a questo forum anche solo con il pensiero - avendo magari il desiderio di scrivere senza però trovarne la forza...
ma sarò ancor più grata a tutti coloro che vorranno esprimere qui le loro considerazioni... (dopo mesi di scrittura ho bisogno di parole!)
In punta di piedi
Scritto da Nicola Viganò , 11 febbraio 2010
Preziosa Anna Maria,
come le ho accennato a voce, nonostante questa pagina sia stata letta centinaia di volte, solo una ristretta minoranza di visitatori ha avuto la forza necessaria ad aggiungere il proprio pensiero in calce alle sue toccanti parole. Gli altri hanno preferito leggere e farne tesoro ma senza intervenire: forse intimoriti dalla profondità di pensiero espressa nei commenti pervenuti, forse frenati dal rispettoso pudore che impedisce di commentare un dolore altrui senza sentirsi fuori luogo. Comprendo chi ha preferito rimanere in disparte, partecipando nel proprio intimo o contattandola privatamente; da parte mia, mi limito ad affacciarmi timidamente su una storia più grande di me e di cui tutti i libri, i documentari e le testimonianze non riusciranno a darmi la piena percezione. E’ una pagina nera della nostra storia che solo chi ha vissuto sulla propria pelle può veramente comprendere in tutta la sua barbarie. Resto debitore nei confronti di chi, come lei, ha immolato la propria esistenza nel tentativo di tenere vivo il ricordo di un errore che non dovrebbe essere ripetuto mai più e che invece rivive già oggi in ogni genocidio, dittatura, guerra santa e faida di cui ci giunge l’eco.
La storia è ciclica, le umane debolezze sono intrinseche, il pericolo dell’oblio è sempre in agguato e le scale di valori sono più che mai mobili: con queste premesse, considero un virtuoso monito questo vago senso di angoscia che avverto dentro me e di cui farei volentieri a meno...
Grazie Nicola
Scritto da anna maria habermann , 11 febbraio 2010
grazie delle tue parole e delle tue riflessioni così sentite e profonde. La tua ultima frase mi richiama alla mente quanto disse zia Inci nel nostro 2°incontro del dicembre 1986 ( a trent'anni dal primo,avvenuto nell' anno della rivoluzione) quando - a tutti i costi - volli la sapere la verità: "Preferirei che tu rimanessi estranea a tutto questo... l'antisemitismo è ciclico, prima o poi tornerà a farsi sentire, già ora è nell'aria, anzi - per essere precisi - non è mai morto in Ungheria, anche se nessuno osa parlarne... ma qui - come tu sai - di tante cose non possiamo parlare liberamente... i muri ascoltano ancora"
Non voglio assolutamente entrare in polemiche politiche, per carità, ma oggi, se cerchi su internet e scopri cos'è la Magyar Garda, e leggi quello che dicono e fanno, e scopri il fanatismo della donna a capo del partito untranazionalista di estrema destra, ti renderai conto che aveva amaramente ragione, al di là di ogni più pessimistica previsione.
...
Scritto da Gabriele Alberti , 12 febbraio 2010
Tutti le rilessioni fatte non possono che toccare profondamente ognuno di noi, anche se possiamo solo ascoltare e prendere atto di tali testimonianze.
Preferisco evitare commenti che potrebbero risultare banali e superflui, ma ringrazio chi ha il coraggio di raccontare esperienze personali così importanti e drammatiche che arrichiscono le nostre vite
... i "cugini" di Anna Maria,,,,
Scritto da Raffaele da Dongo , 17 febbraio 2010
Un giorno mia madre mi disse :" E' morto il dottor Habermann," e aggiunse " è la persona che ha salvato papa'."
Non feci domande ed il giorno successivo accompagnai mio padre ed i suoi fratelli a quell'ultimo saluto.
Avevo conosciuto anch'io il dr. Habermann e la signora Rosa, le nostre famiglie erano rimaste molto legate anche dopo la fine della guerra, li incontrai alcune volte a casa dei nonni, e mi è rimasta nella memoria , in particolare , la sua gentilezza nei miei confronti che ero un bambino, e i saluti tra la signora Rosa e nonna Teresa.
Non conosco ancora oggi molti dettagli di quanto successe a mio padre, so che fu arrestato dai tedeschi durante un rastrellamento, in bassa valle, portato prima a Sondrio, poi a Monza, da dove era stato in seguito rilasciato, grazie all'intervento del dr.Habermann, su segnalazione di p. Santino, lo stesso dottore riusci a far liberare,in altra occasione, dai tedeschi almeno altre quaranta persone di questo paese, persone che se fossero state fatte salire sui vagoni piombati per la Germania, difficilmente avrebbero dato vita ad almeno un centinaio tra figli e nipoti, che quasi certamente nemmeno sanno di essere “cugini” di Anna Maria , forse solo poche persone conoscono questi fatti ormai , i diretti protagonisti ci hanno lasciato, quindi RACCONTIAMO PERCHE' SI SAPPIA, RACCONTIAMO PERCHE' NON VENGA DIMENTICATO
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